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Insalata di more speck e brie con grissini aromatizzati

Oggi il mal di schiena non mi dà tregua e mi fa vedere tutto nero. Non me ne vogliate se non mi prodigo in discorsi, ma vado direttamente alla ricetta. 
Durante questo MTC mi sono trovata senza idee. E pensa di qua e strolga di là alla fine sono giunta a questa conclusione. Andare sul semplice, cercare un’idea sfiziosa per i grissini e vediamo cosa ne esce. I grissini li ho pescati dalla Monique, che dal suo Miel&Ricotta elargisce sempre idee magnifiche. Avevo voglia di frutti di bosco e avevo voglia di brie. Quindi li ho uniti. Poi lo speck che completa il tocco alpino e dona sapidità al piatto.


Ingredienti (per due persone)
Per la base

1 cestino di more
4 fette di speck
insalata valeriana
brie (qualche scaglia)
Per la vinaigrette balsamica
5 cucchiai di olio evo
2 cucchiai di aveto balsamico
1 cucchiaino di senape di Dijon
Per i grissini (una ventina)
250 g di farina 0
100 ml di acqua
3 g di lievito di birra (2 cucchiaini)
1 cucchiaino di zucchero
sale
1 cucchiaio abbondante di paprika dolce
70 g di burro morbido

Prepariamo i grissini. Sciogliamo il lievito nell’acqua tiepida col cucchiaino di zucchero. In una terrina mescoliamo la farina col burro, il sale, la paprika e il burro a pezzetti. Aggiungiamo il lievito e impastiamo a mano. Quando l’impasto sarà una bella palla omogenea lo copriamo e lo mettiamo da parte a far lievitare. (Di sti giorni che è molto caldo un’oretta basta).
Trascorso questo tempo, Preriscaldiamo il forno a 180°.
Prendiamo il nostro impasto e stendiamo una sfoglia rettangolare, larga 15 cm e spessa uno. Ricaviamo quindi i grissini tagliando in modo che vengano lunghi 15 cm. Li prendiamo poi a uno a uno e li mettiamo nella teglia foderata di carta forno, tirandoli perché raddoppino la loro lunghezza.
Li inforniamo per circa 15 minuti (devono dorare).
Prepariamo la base dell’insalata. Laviamo more e valeriana e tagliamo a scagliette il brie.
Prepariamo poi lo speck dividendo in due ogni fetta. Lo facciamo poi croccante. Scaldiamo una padella antiaderente fino a farla diventare incandescente, solo a questo punto adagiamo le nostre fette e le teniamo per pochi secondi, il tempo di arricciarsi. 
Prepariamo infine la vinaigrette mescolando insieme olio, aceto balsamico e senape.
A questo punto siamo pronti per comporre l’insalata. Mettiamo una base di valeriana, aggiungiamo il formaggio e le more. Facciamo dello speck dei rotolini e li adagiamo. Prendiamo qualche grissino, ci arrotoliamo lo speck e li mettiamo a completamento del piatto. Terminiamo condendo con la vinaigrette.
Con questa ricetta partecipo all’MTC di giugno:

Taieddhra cheap di sardelle patate e melanzane

E’ stata un’avventura tosta, ma ce l’ho fatta. La cosa migliore è stata portarla a termine sana e salva perchè, viste tutte le vicissitudini del caso, non avrei potuto chiedere di più.
Come tutti gli MTC questo post è composito di tanti passaggi, avevo quasi pensato di farne più di uno, poi ho pensato che è bello che ci sia tutto qui, a portata di mano!
Dico che sono soddisfatta anche solo di averla portata a termine, questa ricetta, perchè quando ho iniziato ero molto titubante e in corso d’opera ancora di più. Ma andiamo con ordine.
Innanzi tutto ho deciso di usare le sardelle per una Taieddhra di pesce azzurro, economica e relativamente leggera. Pulirle al meglio non è stata un’impresa da poco.. Poi il fumetto di pesce, fatto con le carcasse gentilmente offertemi in pescheria, ma con quell’orata che, dalla pentola, mi guardava fissa negli occhi.. Inquietante? Appena.. 
E ultimo, ma non meno importante, la scena splatter di io che mi taglio un pollice con la affettatrice (tranquille, il dito è ancora lì) sangue che svolazza, unghie tagliate… una cosa così insomma..
In questa occasione ho avuto la conferma che a me la vista del sangue dà molto fastidio, mista al dolore, al fatto che la mia unghia tagliata non è che fosse proprio bella.. Ecco lo svenimento era lì in agguato e sono stata stesa per una mezz’oretta a gambe in aria prima di continuare con la ricetta. Poi un bel cerotto e si continua, ovviamente.
Potrei trattenermi a lungo a parlare della magnifica cucina del Salento. Alessandra mi viene in mente quando penso al Salento, la mia ex coinquilina per un anno, una di quelle persone che si fanno voler bene, con una genuinità e una semplicità davvero unica nel suo genere. Tutt’ora è la mia compagnetta preferita di bevute ^.^
Ale è l’amica che ha condiviso con me l’appartamento anno scorso. E’ l’amica che fa ingegneria e che affronta gli esami con una leggerezza e una facilità davvero allarmanti, l’amica che ha voglia di fare festa, l’amica con la mamma che cucina qualsiasi cosa benissimo, in particolare i piatti tarantini. E’ l’amica che studia otto ore di fila e dopo non è in grado di formulare una frase di senso compiuto, l’amica che dà, senza aspettarsi niente in cambio, l’amica che non si arrabbia se la trascuri un po’.:) 
Questo post è da quando ho visto che si parlava di Salento, che me lo immagino così, perchè, non essendo fatti solo di cervello, ma anche di cuore, la bellezza di certi rapporti penso che sia bene tenerla sempre a mente:)

Ingredienti (per due litri di brodo di pesce)
1 cipolla media
1 carota
1 carcassa di orata
1 gallinella
1 carcassa di molo
5 semi di finocchio
sale grosso q.b.

Il brodo di pesce di può fare con quasi tutti i tipi di pesce (poco consigliato il pesce azzurro, perchè molto forte). A me piace molto fatto con i gusci dei gamberi, anche quello fatto con le carcasse dei pesci sopra elencati è molto buono!
Ingredienti per la Taieddhra (per 3 persone)
20 sarde
1 melanzana piccola
300 g di patate
3 cipollotti
1 pomodoro rosso grosso
40 g di parmigiano reggiano
200 g di riso (io carnaroli)
olio evo, sale
brodo di pesce (circa un litro)

Per prima cosa prepariamo quindi il fumetto. Sciacquiamo i nostri pesci, puliamo le verdure e sbucciamole e mettiamole in una pentola coperte d’acqua. Aggiungiamo anche il sale (io un cucchiaio raso). Portiamo a ebollizione, togliamo la schiumina e facciamo sobbollire per 30 minuti circa. Poi filtriamo e teniamo il brodo da parte.
(Non è inquietante l’orata?)
A questo punto puliamo le sarde. Io mi sono fatta spiegare dal pescivendolo come fare. Se volete potete usare dei guanti ed è consigliabile fare questo lavoro sotto un filo di acqua corrente.
Per prima cosa premiamo con un dito sotto la branchia e stacchiamo la testa (il movimento deve essere deciso). Da qui la apriamo a libro dalla parte della pancia, facendo scorrere un dito dalla parte della testa in giù e togliamo, prima le viscere, poi le lische e la coda (io poi le riesamino con attenzione perchè mi piace che siano completamente senza spine).
Una volta fatto questo, le saliamo leggermente e le mettiamo da parte.
Ora la parola a Cristian per la Taieddhra, con i miei adattamenti:
Preriscaldate il forno a 160°.
Pulite tutte le verdure, sbucciate le patate e i cipollotti, lavate la melanzana e il pomodoro. Tagliate le patate, le melanzane, le cipolle a rondelle molto sottili, dello spessore di circa uno o due millimetri, aiutandovi con una mandolina o un robot da cucina (non con la affettatrice, può essere pericoloso) e mescolatele tutte insieme condendole con un po’ d’olio e sale.
Ungete il fondo della teglia con un po’ d’olio e fate uno strato con metà delle verdure.
Sciacquate velocemente il riso in una scodella piena d’acqua, scolatelo e mettetelo nella teglia sopra lo strato di verdure livellandolo bene, dovrà formare uno strato molto sottile giusto a ricoprire leggermente le verdure, perché durante la cottura gonfierà abbastanza.
Mettete sopra al riso i pomodorini tagliati a pezzettini e quindi le sarde e poi un po’ di brodo.
Spolverate con metà del formaggio grattugiato e fate un altro strato sopra le sarde con le verdure rimaste. Versate ancora un po’ d’acqua nella teglia, in maniera tale che arrivi proprio a filo dell’ultimo strato di verdure.
A questo punto spolverate con il formaggio rimasto e versate ancora un po’ d’olio.

Infornate la teglia e fate cuocere a 160° per un’ora, un’ora e mezza (io anche un’ora e mezza) dipende dal forno, fino a che si sarà formata una bella crosticina dorata in superficie. Eventualmente nell’ultimo quarto d’ora di cottura alzate la temperatura del forno a 200°.
Con questa ricetta partecipo all’MTC di maggio:
Con, più o meno questa faccia:
A presto!!!
P.S. Ultimamente sicuramente riuscirò a postare meno. L’università e il resto mi tengono occupata tante ore al giorno, spero almeno di riuscire a continuare a visitare i vostri blog. Cercherò di mantenere il ritmo di una ricetta a settimana!
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Chilly con carne, nachos e patate al cartoccio

Si può prendere un momento, chiudere le sue emozioni in una scatola e riaprirla quando più ce n’è bisogno? Domenica mentre tornavo da una festa, felice, in pace, con una canzone in testa, guardavo il tramonto e, probabilmente per un tempo non superiore ai 30 secondi, mi sono sentita così. Ho sentito l’anima che combaciava col corpo, la mente che combaciava con la pancia e il cuore che batteva al ritmo della vita. Se almeno una volta al giorno, ci fosse un momento come questo, sarebbe meraviglioso:)
Questo mese all’MTchallenge si va a cavallo. Anzi direi che si va a mucche. Partiamo dal fatto che, per il debole che ho io per i cowboy gradirei molto che fosse uno di loro a cucinare per me e non viceversa. Ma se proprio dovesse succedere che fossi io a cucinare chilly e patate, bè penso che lo farei così.

A me il genere western diverte assai, specialmente il nostrano, il cosiddetto spaghetti-western. Non che ne abbia visti molti, ma penso, anzi sono convinta, che quando si guarda un western bisogna mettere via gran parte delle categorie che abbiamo in testa quando guardiamo un altro tipo di film. La cosa fondamentale di cui bisogna tenere conto, andando per paradossi, è che se ci sono 10 persone in una scena, probabilmente la scena dopo 8 saranno state fatte fuori. E questo è. Ma il bello dei western è anche l’aria aperta, le scene, lo sguardo dei cowboy. Ecco, proprio questo io adoro. Come dimenticare lo sguardo accigliato, sigaretta in bocca, di Klint Eastwood nella scena finale di “Il buono, il brutto e il cattivo”? 
Tutte le energie, i capitali, i talenti che negli anni 60 vennero spesi in questi film sono davvero tanti, dalle regie, Sergio Leone, alle prove di attori, alle grandi musiche di Ennio Morricone. Poi il genere è andato perdendosi ma ci sono rimasti alcuni capolavori degni di nota. Una piccola parte qui:

Quest’anno un grande maestro ha deciso che questo genere andava riportato in vita con una pellicola-omaggio. Un remake, a mio avviso davvero riuscito, di Django. Il maestro è Tarantino e il remake è tutto nel suo stile. Pieno di citazioni, con tante scene cruente, ma fatte con una maestria e una sapienza che probabilmente solo lui…
E qui un Jamie Foxx-Django, il primo cowboy nero nella storia del cinema (credo) ma che ci piace tanto, con gli occhiali da sole (che vennero inventati circa 60 anni dopo rispetto a quando è ambientato questo film, ma a Tarantino perdoniamo anche questo..).
Allora, come sempre facciamo per gli ultimi MTC, vi racconto il piatto trasportandoci altrove, accendiamo il fuoco e, con davanti agli occhi il tramonto della prateria iniziamo la cottura della nostra carne col chilly, lentamente e dando uno sguardo alla meraviglia sterminata che abbiamo davanti..
Come contorno la patata al cartoccio, rusticamente con la buccia. Io l’ho fatta in forno per praticità, ma si potrebbe fare benissimo anche sulla griglia. Ho aggiunto questa salsa di yogurt, ottima con la patata, da mangiare dopo la carne se si desidera pulire la bocca dalla nota piccante.
Come tortilla invece, i miei amati nachos di farina di mais, più messicani che texani, ma dal sapore decisamente ruspante e sfizioso.
Per la ricetta della carne vi riscrivo quella di Anne cambiando i peperoncini e i piccoli dettagli che ho cambiato io.
Ingredienti (per 3 persone)
700 g di carne di manzo (io ho usato la parte di spalla vicino alla scapola, ma va bene anche una parte un po’ più grassa)
3 peperoncini rossi freschi
sale
olio evo
passata di pomodoro (4-5 cucchiai)

Prepariamo i peperoncini. Li puliamo con un panno e li passiamo in forno a 200° per circa 20 minuti. Saranno diventati neri in diversi punti. A questo punto li avvolgiamo in un foglio di carta alluminio e li facciamo sudare per 15 minuti. Li spelliamo eliminando anche i semi.
Li poniamo in una ciotolina che riepiremo d’acqua bollente. Lasciamo in infusione per un paio d’ore.
La parola a Anne:
Passato questo tempo, frullateli con l’acqua di infusione fino ad ottenere una pasta leggermente densa. Passatela da un setaccio fine  in modo da eliminare ogni residuo di pellicine, recuperando quanta piu’ polpa possibile.

Mettete la carne e la salsa in una pentola di ghisa, coccio o acciaio pesante, regolate di sale mescolate bene e fate cuocere coperto (lasciate una piccolissima fessura perche’ possa uscire il vapore) a calore dolcissimo per circa 3 ore (io due e mezzo), controllando ogni tanto. Non e’ necessario far rosolare la carne perche’ il calore forte che sarebbe necessario ne irrigidisce le fibre, rendendola poi piu’ dura da cuocere.  Si puo’ anche mettere a cuocere in forno a circa 120C, per una cottura lenta e uniforme, col calore che circonda la pentola interamente (io l’ho cotta in forno).

A fine cottura io ho aggiunto 4-5 cucchiai di passata di pomodoro, per rendere il tutto più “sugoso”.

L’ideale e’ far riposare il Chili e servirlo il giorno dopo.

E ora prepariamo i nachos (questa ricetta è della Sabi):
100 g di farina per polenta istantanea
100 g di farina 0
4 cucchiai di olio di semi
160 ml di acqua
2 cucchiaini di paprika
2 cucchiaini di sale

Poniamo l’acqua sul fuoco col l’olio, il sale e la paprika e portiamo a ebollizione. Intanto mischiamo le due farine. Versiamo l’acqua calda nelle farine e impastiamo fino a che la pasta non sarà bella e omogenea.
Accendiamo il forno a 200°. Stendiamo su un foglio di carta forno una sfoglia molto sottile e ricaviamo i triangolini. Poniamo i triangolini su una teglia foderata di carta forno e inforniamo per circa 5-7 minuti.
Prepariamo infine le patate al cartoccio:
3 patate medie (una a testa)
sale e pepe bianco
250 g di yogurt al naturale
erbe aromatiche fresche: erba cipollina, prezzemolo, basilico
limone
uno spicchio d’aglio

Preriscaldiamo il forno a 200°.
Laviamo bene le patate e su ognuna facciamo 3-4 tagli orizzontali, per far cuocere bene anche l’interno.  Avvolgiamo ognuna in un cartoccio, prima di chiuderlo saliamo e pepiamo.
Inforniamo in una teglia per un’ora circa.
Intanto prepariamo la salsa.
Tritiamo l’aglio e le erbe. Mischiamo in una ciotola lo yogurt con le erbe, una spolverata di pepe, qualche goccia di limone e l’aglio tritato.
Quando le patate saranno cotte possiamo decidere di presentarle facendo un incavo al centro riempiendolo di salsa o di lasciare a ognuno la libertà di condirle come preferisce.

E dopo aver spazzolato minuziosamente questo piatto, a casa mia, che c’abbiamo il western inside, si pronuncia la celebre frase da Trinità, “Comunque i fagioli erano uno schifo”. Anche se di fagioli non si tratta…
Con questo post ci salutiamo e ci diamo appuntamento alla prossima settimana (nel week end sarò in Polonia da un’amica e tornerò martedì, poco prima del ritrovo delle blogalline, non vedo l’ora..).
Per ora vi saluto. E ricordate:
(La D è muta)
Con questa ricetta partecipo all’MTC di aprile:
A presto!

Fideuà con baccalà, gamberetti e salsa chien

Ed oggi parliamo della fideuà. Andiamo mentalmente al 1915, saliamo su un peschereccio, prendiamo il largo, lasciamoci trasportare dalle onde. Ci siete? Alle spalle ci siamo lasciati Barcellona e i suoi colori, ora soltanto mare aperto. Nella stiva un bel trancio di baccalà sotto sale, un secchio di gamberetti appena pescati, poi aglio, cipolle e spezie in abbondanza. Eh sì, perchè questo piatto sa di mare. Uno degli MTC più belli per quanto mi riguarda. Sarà che amo il pesce, sarà che amo la cucina spagnola, sarà che trovo che questi accostamenti mi siano riusciti particolarmente bene, sarà che questo piatto ha fatto contenti tutti in famiglia. La cosa di cui sono sicura è che lo rifarò presto, voglio provarla con tutto il pesce di cui dispone la mia zona e voglio variare le salse (questa rossa, col baccalà è proprio buona!).
Il baccalà è, l’ho detto altre volte, il mio pesce preferito. Ho scoperto che la sua origine la si deve ai pescatori dei paesi baschi che inseguendo le balene nel mare del Nord si imbatterono in branchi di merluzzi e decisero di conservarli come per la carne di balena. E, giusto a livello di curiosità, l’Italia è il secondo consumatore mondiale di baccalà dopo il Portogallo (#sapevatelo).
La salsa invece è una salsa caraibica, perfetta col pesce. Come sapore ricorda un po’ quella piccantina messicana da usare sui nachos, ma forse un po’ meno violenta.
Io con questo piatto ci sono proprio tornata a quella spiaggia di Barcellona, questo luogo dove il tempo sembra fermarsi e le persone sono meravigliosamente tranquille.


Ingredienti per la Fideuà (per 3 persone)

280 g di fideus: spaghetti n°4 (quelli che hanno come tempo di cottura 10 minuti) spezzettati (lunghezza 2-3 cm)
un bel pezzo di baccalà dissalato (circa 500 g)
Se lo comprate da dissalare deve stare in ammollo, io l’ho tenuto per 3 giorni cambiando 3 volte l’acqua, consiglio di domandare al pescivendolo perchè i tempi dipendono da diverse variabili tra cui lo spessore)
400 g di code di gamberetti (peso con i gusci)
300 g di pomodori ciliegini
3 cucchiai di passata di pomodoro
2 cipolline bionde piccole (o una media)
1 spicchio d’aglio
1 rametto di rosmarino tritato
vino bianco
5-6 rametti di finocchietto selvatico
paprica dolce
olio evo e sale
brodo di pesce (circa 1,5 l)

Per il brodo:

I gusci dei gamberi utilizzati per la fideuà
1 gambo di sedano
1 carota
1 cipolla piccola
3 semi di finocchio

Per la salsa chien

2 scalogni
1 spicchio d’aglio
1/2 cipollina bionda piccola (o 1/4 di una media)
1/2 peperone rosso medio
3 peperoncini piccanti secchi (di quelli piccini, o un cucchiaino di peperoncino già macinato)
1 cucchiaino di sale
1 cucchiaio di aceto di vino bianco
il succo di 1/2 lime
un cucchiaio di olio di semi
semi di coriandolo da macinare

Per prima cosa prepariamo il brodo.
Laviamo e sbucciamo i gamberetti tenendo da parte i gusci. Puliamo il sedano, la carota e la cipolla e li tagliamo a pezzettoni.
Versiamo in una pentola 1,5 l di acqua, aggiungiamo le verdure, i semi di finocchio e i gusci dei gamberi. Portiamo a ebollizione e facciamo cuocere per 40-45 minuti circa. Dopo questo tempo togliamo la schiumina, filtriamo e teniamo da parte il brodo caldo.
In una padella scaldiamo uno filo d’olio, tostiamo per pochi minuti i fideus e mettiamo da parte.
Tagliamo a pezzetti il baccalà. Aggiungiamo un altro pochino di olio alla padella e cuociamo il baccalà per 5 minuti circa. Lo mettiamo poi da parte.
Laviamo e tagliamo a metà i ciliegini.
Tritiamo la cipolla e l’aglio e il rosmarino e li facciamo soffriggere nella stessa padella con un cucchiaino di paprica. Bagniamo con il vino bianco e la passata.
Dopo 5 minuti aggiungiamo i pomodorini e il baccalà. Aggiungiamo un po’ di brodo di pesce. Quando il brodo bolle aggiungiamo anche la pasta precedentemente tostata.
Mano a mano che si asciuga aggiungiamo il nostro brodo di pesce (a me è servito quasi tutto).
Dopo i 10 minuti di cottura della pasta aggiungiamo i gamberi (precedentemente sgusciati). Basterà ancora un minuto (anche meno) per far cuocere anche le code di gamberi.
A questo punto terminiamo con il finocchietto selvatico e una spolverata di paprica.

Prepariamo infine la salsa chien per l’accompagnamento (si può preparare anche il giorno prima).
Tritiamo finemente il peperone rosso, gli scalogni, la mezza cipollina, il peperoncino e l’aglio e mescoliamo aggiungendo anche il sale.
Prepariamo un pentolino con meno di mezzo bicchiere d’acqua col cucchiaio di aceto. Portiamo a ebollizione, versiamo il nostro trito, facciamo bollire per un minuto e spegniamo.
Facciamo raffreddare senza coperchio e aggiungiamo il succo del mezzo lime, l’olio e una macinata di coriandolo consistente.
Prima di usarla è meglio farla riposare per 3-4 ore.

Non so.. secondo voi ci è piaciuta?
Con questa ricetta partecipo all’MTChallenge di marzo


Red velvet cake senza glutine

Questo mese l’appuntamento con la ricetta di Stefania dell’MTC è stato particolare. Mi piace molto preparare torte e, in questo caso, si è affrontata una torta di pasticceria americana. Armata di lista della spesa ho fatto un giro per Cesena per vedere un po’ cosa si trovava nei negozi bio, soprattutto per le farine elencate in ricetta. Ho scoperto che la fecola ce l’avevo già a casa (mai aperta, wow), ho comprato quella di riso (impalpabile, come da ricetta), mentre quella di tapioca non l’ho trovata, mi han detto che è una farina che si conserva per poco tempo, quindi ho ripiegato sulla maizena (anche quella c’era già a casa, doppio wow!).
Tutto questo perchè ci stiamo cimentando in una cosa bellissima, ovvero la preparazione di un dolce per una persona celiaca. Per me è stata la prima volta, non conosco delle persone con questo “problema”, ma ora ho capito delle cose in più.
In più ho comprato anche il colorante rosso in polvere, da aggiungere all’impasto. A fine ricetta le scodelle tutte schizzate di rosso e sparse un po’ per tutta la cucina davano alla stanza un effetto molto Stephen King (uno scenario ibrido tra Shining e Misery non deve morire..).
Anche se ci è stata data libertà nella farcia, proprio per il fatto che non mi sento sicurissima in questo campo,  sono stata abbastanza fedele alla crema che ha usato anche Stefania, alleggerendola un po’. So che questa scelta non è particolarmente estrosa o di carattere, ma ho utilizzato l’occasione per imparare e mi sono divertita e questo è più che soddisfacente. Poi il mio tocco l’ho dato, coi miei amati frutti di bosco:)
Ho usato uno stampo un po’ più grande, di 24 cm di diametro e anche per questo motivo è più bassa della ricetta originale. Anche se nelle indicazioni c’era scritto che con questo spessore sarebbe stato difficile tagliarla orizzontale, io, previa conservazione in frigorifero delle basi per una notte, ci ho voluto provare lo stesso e ci sono riuscita. Per cui i miei strati di farcitura sono tre! Vi assicuro che il sapore è ottimo e la torta bella “spugnosa”.
Ci sono alcuni aspetti della pasticceria americana che sono molto interessanti. Ossia la voglia di stupire, la grandezza, l’uso del colore, l’ambizione per la decorazione. Avete presente il film della Disney con Hayley Mills “Il Segreto di Pollyanna“? C’è una scena, quella della fiera, dove la piccola Pollyanna gira tra i banchetti e mangia qualunque cosa (sti americani senza fondo!). Pannocchie tostate, cocomero, mele candite, poi passa vicino a queste torte, giganti e a strati. Da piccolina le guardavo e sognavo di tuffarmici sopra. E quelle fette enormi… che meraviglia…
Quando mia mamma ha visto in foto la torta di Stefania dell’MTC il suo commento è stato: “la torta di Pollyanna!!!” (a casa Tantocaruccia siamo molto Disneyani).
Quindi in qualche modo ho realizzato un sogno di bambina, certo non mi ci sono tuffata sopra (però sarebbe stato bello..), ma ho potuto sperimentarne il sapore, di una torta americana e in più senza glutine.
Mi piace ricordare che, anche per chi lo tollera, evitarlo di tanto in tanto non è assolutamente un male, non è vero?
Ora andiamo diretti alla ricetta. Oggi con i video mi voglio sprecare e ve ne consiglio uno, quasi a doc, per accompagnarvi nella lettura (ci sono mille canzoni che la potrebbero accompagnare in realtà! Ma se c’è pie nel titolo, significa che è proprio adatta!).
Vi copio-incollo quella di Stefania, per la base seguita passo passo, con tanto di indicazioni e marche per una ricetta veramente gluten-free .


Ingredienti:

160 gr di farina di riso sottilissima tipo amido (Le Farine Magiche Lo Conte, Pedon, Rebecchi)
60 gr di fecola (Cleca, Pedon, La Dolciaria, Sma & Auchan)
30 gr di farina di tapioca (che potete sostituire con Maizena)
1/2 cucchiaino da tè di sale
8 gr cacao amaro (Venchi, Easyglut, Pedon, Olandese)
110 gr burro non salato a temperatura ambiente
300 gr di zucchero
3 uova medie (io uso quelle bio codice 0, ma non è rilevante ai fini della celiachia)
1 cucchiaino da caffè di estratto vaniglia bourbon (o i semi di una bacca, ma non usate la vanillina)
240 ml di buttermilk (se lo trovate già pronto, altrimenti la ricetta in fondo al post)
1 cucchiaio di colorante rosso (Rebecchi e Loconte)
1 cucchiaio di aceto bianco
1 cucchiaino da tè di bicarbonato di sodio

Pre-riscaldate il forno a 175°C.
In un recipiente mescolate le farine, il sale, il cacao. In un altro recipiente, sbattete il burro per 2-3 minuti, finché sarà soffice e poi aggiungete lo zucchero e sbattete per altri 3 minuti.
Aggiungete le uova, una alla volta, sbattendo 30 secondi dopo ogni aggiunta.
Mescolate il colorante al buttermilk e quindi versate poco per volta al composto di burro, alternando le polveri al buttermilk. Possibilmente iniziate e finite con la farina. Aggiungete anche la vaniglia e mescolate.
In una tazzina (capiente) mescolate il bicarbonato all’aceto bianco, facendo attenzione a versarlo subito nell’impasto (altrimenti ve lo troverete per tutta la cucina) e incorporatelo bene con una spatola.
Imburrate due teglie da 20 cm (io da 24 cm) e spolverizzate con farina di riso. Fate cuocere per 40/45 minuti, o finché non vedete che è cotto (con il trucchetto dello stuzzicadenti!)
Lasciate raffreddare la torta dentro la teglia (potete usarne anche una in silicone, ma è meglio usare la  carta forno per evitare contaminazioni) per 10 minuti. Poi toglietela dalla teglia e lasciatela raffreddare, quindi fasciatela nella pellicola trasparente. Fatela riposare in frigo per diverse ore (io l’ho lasciata tutta la notte). In questa maniera sarà più facile da tagliare senza che si sbricioli e sarà più semplice mettere la farcitura. Non spaventatevi se vi sembra troppo dura, perché a temperatura ambiente tornerà morbidissima.
Questa è la ricetta base, a questa si possono aggiungere infiniti sapori. Si può conservare in frigo in un contenitore ermetico e riutilizzare quando se ne ha bisogno.
Riprendo la parola io per darvi la ricetta della mia farcia e la mia guarnizione:
Ingredienti:
450 g di formaggio spalmabile tipo Philadelphia
280 g di zucchero a velo (io ho usato quello semolato tritato finemente, non mi fa impazzire quello vanigliato)
scorza di un limone bio grattugiata
250 g di frutti di bosco surgelati

Prepariamo la crema sbattendo il formaggio con lo zucchero e aggiungiamo anche la buccia grattata. Gli ingredienti si devono omogeneizzare perfettamente.
Riprendiamo la nostra base e ognuna la tagliamo in due orizzontalmente in modo da ottenerne 4.
Spalmiamo ogni strato con circa 2-3 cucchiai della nostra crema (in modo da ottenere, quindi, 3 strati). Copriamo completamente la torta, anche i bordi per ottenere un effetto total-white. Orniamo la cake con i frutti di bosco. Conserviamo in frigorifero per un paio d’ore prima di servire (il tempo che i frutti di bosco si scongelino e rilascino un po’ del loro succo).

Ai fini di questo post vi copio-incollo anche la ricetta del buttermilk (o latticello) fermentato, un preparato molto usato nella cucina americana, necessario per preparare questa torta. Da preparare con alcune ore di anticipo perchè abbia il tempo di fermentare.

Latticello o buttermilk

Ingredienti (per circa 190 gr latticello e 150 gr burro):

* 400 ml panna fresca (non zuccherata, senza aromi, stabilizzanti e coloranti aggiunti)
* 2 cucchiai di yogurt magro (per fare fermentare il latticello)
Strumenti:
* Planetaria o sbattitore
* Panno di lino bianco pulito 
Montare la panna con la planetaria o con uno sbattitore, inizialmente al minimo, per poi aumentare gradatamente fino a raggiungere la massima velocità, come se si dovesse preparare la panna montata, con la differenza che quando sarà montata non ci si dovrà fermare, ma farla “impazzire”. Inizialmente la panna monterà a neve ferma, continuare a frullare, la panna diventerà grumosa e poi inizierà a separarsi in una parte liquida (il latticello) e una parte solida (il burro). 
(Inutile dire che a far impazzire tutta quella bella panna morbida mi si è spezzato il cuore a metà).
Consiglio di coprire la ciotola dello sbattitore perché quando il burro e il latticello iniziano a separarsi la frusta schizza ovunque. Dopo circa 15 minuti, quando il burro rimane impigliato nella frusta lasciando sul fondo della ciotola tutto il liquido, si può procedere con la scolatura.
Disporre il burro in un panno pulito, stringerlo a palla e strizzarlo dentro ad una ciotola (il liquido colato può essere aggiunto al restante latticello). Cercare di eliminare più liquido possibile per garantire una conservazione più duratura al burro. 
Quando non gocciola più, sciacquarlo sotto l’acqua corrente fredda per eliminare ogni residuo di siero. Lavorare energicamente la massa di burro con le mani bagnate su un piano di lavoro umido come se si stesse impastando il pane. Dare al burro la forma desiderata servendosi di uno stampo e far rassodare in frigorifero. 
Filtrare il latticello, versarlo in un vaso e riporlo in frigorifero. Se invece si desidera farlo fermentare, aggiungere due cucchiai di yogurt magro, mischiare bene, chiudere il vaso con della pellicola e lasciare fermentare tutta la notte a temperatura ambiente (circa 25°, in inverno si può mettere avvolto in una coperta di lana in una zona calda della casa).

N.B. per ottenere la quantità di latticello prevista per la ricetta della sfida, usate 500 ml di panna.


Con questa ricetta partecipo all’MTChallenge di febbraio:

Nella sfida c’era un’altra sfida, ossia quella di cucinare con i tacchi a spillo. Ora, care ragazze dell’MTC, io ci metto tanta buona volontà, ma c’è una cosa importante che dovete sapere. Ossia che dietro Tantocaruccia c’è Claudia, una ragazza, sì tanto caruccia, ma anche alta 181 cm. E che con 12 cm di tacco diventa 193 cm. Nessun problema apparente se non fosse che per cucinare da un’altezza così dovrei stare costantemente piegata più o meno a 90°, soluzione scomoda, oltre che molto dolorosa per la mia schiena già non in ottimo stato. Non me ne vogliate allora se la red velvet è stata cucinata con i piedi per terra, con delle adorabili pantofoline con i gatti e che quindi, per questa volta, mi prendo il banner dei maschietti^.^

A presto!


Le arancine di riso

Questo MTC, il mio
secondo, è stato davvero molto interessante. Roberta ci ha
sottoposte tutte ad una prova, sì tosta, ma anche molto
soddisfacente. Ci ha portate su un argomento, lo street food, che a
pensarci è molto originale per un blog di cucina.
È bellissimo pensare allo street food,
alla strada e a tutte le metafore che contiene e che implica questo
concetto.
La strada è bellezza, è movimento, è diversità, è cammino. Ma è anche stupore, incontro, danze.
La strada di Palermo è una strada di
sole e di calore. Una strada di tragedie e di eroi. Una strada di
pagine tristi e di punto e a capo. Una strada di attese e di sospiri.
Una strada di onore e di viltà.
Se c’è un luogo che mi dona emozioni
forti e contrastanti è proprio questo, la Sicilia.
Emozioni che si attorcigliano e si
sovrappongono. Tanti amici sono originari di questi posti, alcuni che
tutt’ora ci vivono, altri costretti a fuggire per problemi col
« potere » locale. Tutti impegnati per renderla più
bella, una bellezza che le appartiene naturalmente.
È stato bellissimo per un giorno
sentirmi anche io di questi posti, indossare mentalmente una coppola
e calarmi nella realtà palermitana (il potere del cibo). Grazie Roberta, per questa
occasione in primis, poi perchè le tue indicazioni precise, mi hanno
portato a realizzare delle arancine davvero deliziose.
La cosa bella di queste arancine, è che il riso e il sugo possono essere fatti prima. La parte di assemblaggio e frittura è molto divertente, soprattutto considerato che mi ha aiutato mia mamma mettendo su una specie di catena di montaggio che ci ha portato in fondo a questa maratona. Devo dire che la cosa in cui mia mamma mi ha aiutato di più è stato nel fritto dove, come sapete, non sono molto sicura di me. 
Il ragù invece è semi-inventato. Volevo fare un sugo rosso, simile a quello siculo, quindi ho optato per una versione autunnale con carne funghi e zucca.
Per riso, lega e panatura vi riscrivo quelle di Roberta che dovevamo seguire alla lettera. Il sughetto invece, tutto mio.

Ingredienti (dovrebbero essere per circa 18 arancine, a me sono venute molte di più):
Per il riso 
1 kg di riso originario (alcuni usano il Roma)
2,5 l circa di brodo vegetale (con carota, cipolla, sedano)
una bustina di zafferano
50 g di burro
50 g di parmigiano grattugiato
una cipolla medio-piccola
olio evo q.b.
sale q.b.

Per il sugo rosso alla carne, porcini e zucca
400 g di sovracosce di pollo 
200 g di salsiccia 
150 g di zucca 
50 g di porcini secchi 
passata di pomodoro 
½ cipolla dorata 
2 carote piccole 
pepe 
noce moscata 
vino rosso 
sale e olio evo


Per la lega (ne resterà molta, ma occorre poter immergere bene l’arancina)
800-900 ml d’acqua
la metà di farina
una manciata di sale

Per la panatura (ne resterà molto anche qui) 
700-800 g di pangrattato

Per la frittura 
3 l di olio di semi di mais (o comunque abbondante per poter friggere in olio profondo)



Il riso va preparato con qualche ora d’anticipo, perché al momento della preparazione delle arancine dev’essere ben freddo.
Preparare il brodo vegetale con gli aromi. Una volta pronto, rimuovere la carota, il sedano e la cipolla di cottura e sciogliere lo zafferano nel brodo. Regolare di sale.
In un tegame capiente, dare un giro abbondante di olio evo e fare appassire la cipolla tagliata finemente. Versare il riso e fare tostare un pochino. Versare nel tegame buona parte del brodo, non tutto in modo da poterne aggiungere all’occorrenza regolandosi in funzione del tipo di riso e della sua cottura. 
Fermare la cottura quando il riso sarà al dente e si presenterà piuttosto compatto (ovvero non dev’essere cremoso come un tipico buon risotto!). Immergere il tegame nel lavello riempito d’acqua fredda (evitando che l’acqua entri all’interno) e mantecare con il burro e il parmigiano grattugiato. Se serve, per abbattere la temperatura ed evitare che il riso continui a cuocere, rinnovare l’acqua fredda dentro il lavello.
Una volta tiepido, versare il riso dentro una teglia e lasciare da parte affinché raffreddi completamente. Poi coprire con carta d’alluminio e conservare in frigorifero per almeno 3-4 ore.

Preparare il sugo. Tagliare le sovraccosce in piccoli pezzi. Togliere la pelle alla salsiccia e sminuzzarla. Tritare la cipolla e la carota. Ammollare i porcini in acqua e tagliare la zucca a cubetti. 
Porre un tegame sul fuoco con un giro d’olio, la cipolla e la carota tritate. Dopo un minutino versare la carne. Far cuocere per i primi 5-10 minuti a fiamma alta in modo che la carne si rosoli bene girandola spesso. Aggiungere poi 4 cucchiai di salsa di pomodoro, un mezzo bicchiere di vino rosso. Aggiungere anche i porcini insieme alla zucca. Fare cuocere per altri 30 minuti circa a fiamma media. Spegnere il fuoco, salare, pepare e aggiungere una spolverata di noce moscata.

FATTO TUTTO QUESTO…. SI PARTE!
Prima di tutto disporre a portata di mano tutti gli ingredienti necessari e attrezzarsi di vassoi, teglie, scodelle…. la preparazione delle arancine è una specie di catena di montaggio (bella in compagnia!) che diventa più piacevole, o comunque meno stressante, se preventivamente organizzata.
Cominciare dalla preparazione della “lega”. Si tratta della pastella di acqua e farina che serve a sigillare l’arancina e a creare una base per la panatura con il pangrattato che aiuterà a conferire doratura, spessore e croccantezza al punto giusto. Versare l’acqua in una scodella profonda, aggiungere la farina, una bella manciata di sale e amalgamare bene con una frusta. Tenere da parte e passare alla creazione delle arancine.
Ci sono vari modi per formare e farcire le arancine, questo secondo me è il procedimento più semplice anche per chi le fa per la prima volta ed è anche quello che consente di organizzare e distribuire meglio il lavoro. Perché in pratica bisogna prima fare tutte le sfere, poi fare il buco, poi farcirle. 

Con una mano prendete un po’ di riso in base alla grandezza dell’arancina che desiderate. Poi, girando con tutte e due le mani, formate una palla.

Posate la “futura” arancina su un vassoio e ricominciate fino a terminare il riso. Lasciatele riposare per una mezz’ora, in modo che raffreddino (anche se il riso era freddo di frigo, col calore delle mani si saranno un po’ scaldate) e che il riso si compatti rendendo poi più facile la farcitura.
Tenendo la palla di riso con una mano, con il pollice dell’altra mano create un buco in alto e al centro e cominciate ad allargarlo spingendo sia verso il basso che sui lati. Posate nuovamente la palla di riso sul vassoio e passate alle altre, fino a completarle tutte. procedere prima con tutte quelle di un tipo poi con tutte quelle dell’altro tipo.

Con la punta delle dita prendere un po’ di ragù con i piselli e inserirle all’interno del buco recedentemente creato. 
Poi chiudere l’arancina: un po’ spingendo “la conza” – il condimento – verso il basso, e un po’ cercando di portare in avanti il riso per chiudere l’arancina. Girare l’arancina tra le mani per darle la forma e per rendere la superficie liscia e compatta, senza buchi o piccole fessure. Posare l’arancina con il ripieno sul vassoio e passare ad un’altra, fino a completarle tutte.  
Quando tutte le arancine saranno pronte sul vassoio, passare alla “lega”. Dare qualche colpo di frusta alla pastella per riprendere l’amalgama di acqua e farina e a questo punto immergere singolarmente le arancine dentro la lega, poggiandole poi sul vassoio, fino al completamento dell’operazione per tutte le arancine.  Io preferisco separare lega e panatura per fare in modo che la lega scoli un pochino dall’arancina al vassoio e non finisca a fiotti dentro il pangrattato creando un mezzo pappone che poi finisce sulla superficie delle arancine. Scolando, tra l’altro, la lega resta uno strato sottile, sottile sarà la panatura e sottile e croccante sarà la crosticina finale. Naturalmente la lega non deve asciugare troppo, quindi se si devono fare 4658479857858569 arancine magari è il caso di prevedere più step di lega-panatura..

E ora la panatura.
Versare il pangrattato dentro una teglia e, ad una ad una, passare ogni singola arancina dentro il pangrattato, pressandole bene con le mani per “saldare” bene lega e pangrattato, per rendere compatta la superficie delle arancine e, all’occorrenza, per riprenderne un pochino la forma.

E finalmente la frittura!
Versare l’olio in una friggitrice o in un tegame piuttosto alto. Quando l’olio sarà ben-ben-ben caldo, immergere le arancine per 2-3 minuti o comunque fino a quando non risulteranno dorate in superficie.

 E a questo punto la “manciata”!… 
…servire e mangiare calde!

Visto che si tratta di un bel lavorone di preparazione, c’è chi quando ci si mette-ci si mette, ne prepara un bel po’ e in parte le congela. Non lo so per esperienza diretta (dice Roberta) perché finora le abbiamo sbafate tutte subito, ma chi ha provato mi ha riferito di averle messe in freezer non ancora fritte dentro un contenitore, di averle tirate fuori all’occorrenza con qualche ora d’anticipo per farle scongelare completamente e poi di averle fritte. Pare che il risultato sia ottimo.

E qui torno io a prendere la parola dicendo che sono contenta perchè sono piaciute proprio a tutti.. ma tutti tutti:) e anche noi le abbiamo fatte fuori molto in fretta!

Con questa ricetta partecipo all’emmetichallenge di novembre:

A presto:**


Pan dolce dello Shabbat.. Mò ci riprovo

Alla fine ieri, ho rintentato l’impresa dell’MTC. Variando ancora sul ripieno. Questo è uno dei più buoni secondo me. Fiordifrutta al limone, che ha un sapore adorabile, pere e cioccolata fondente.. Slurp. Questi giorni ci vuole proprio un dolce. Non so voi ma questo tempo mi mette un po’ di insoddisfazione generale, oltre al fatto che devo studiare e che ho mille cosette da fare (e poca voglia di farle). Le foto come al solito sono serali, spero comunichino lo stesso la piacevolezza che questa treccia comunica a me. 
Pan dolce alle pere, limone e cioccolato fondente


Ingredienti (per una treccia)

250 gr di farina 0
1 uovo medio 
50 gr di zucchero


10 gr di lievito di birra 

125 ml di acqua tiepida

60 ml di olio extra vergine d’oliva



5 gr di sale

Finitura:




un tuorlo d’uovo



un cucchiaio di acqua

semi di sesamo

Ripieno:
4 pere williams piccole (o 2 medie)
6 cucchiai di Fiordifrutta al limone Rigoni di Asiago
100 g di cioccolato fondete (70% di cacao) tritato

Prima di tutto e importantissimo, setacciare la farina.
Sciogliere il lievito nell’acqua tiepida insieme a un cucchiaino di zucchero e far riposare una decina di minuti fino a far formare una schiuma. Mischiare la farina, il sale e lo zucchero e versarci il lievito e cominciare ad impastare, versare poi l’olio e per ultimo l’uovo fino alla sua incorporazione. Lavorare fino a che l’impasto si stacchi perfettamente dalla ciotola, lasciandola pulita.
Lasciar lievitare per almeno due ore, dopodichè, sgonfiare l’impasto e tagliarlo in 3 parti uguali. 
Stendere su un piano infarinato ognuna delle parti lunghe circa 35 centimetri e larghe 15.
Su ognuna delle tre strisce spalmare due cucchiai di Fiordifrutta. Tagliare la pera a fettine. Adagiarle poi sulle strisce di pasta (già spalmate di marmellata) e completare con una spolverata di cioccolato fondente.
Arrotolarle poi sulla lunghezza, in modo da ottenere tre lunghi “salsicciotti”.

Unire da un capo e cominciare ad intrecciare.
Adagiare la treccia su una teglia foderata di carta forno. Lasciare lievitare ancora due ore. 
Sbattere il tuorlo d’uovo con un cucchiaio di acqua e spennellarlo sulla superficie; cospargerla di semi di sesamo.
Infornare in forno già caldo e STATICO a 200°C per circa 15-20 minuti.

Con questa ricetta partecipo all?MTC di ottobre
A presto e buona domenica!

P.S. Ringrazio i seguitori di Facebook e invito coloro che frequentano questa piattaforma a mettere mi piace alla mia pagina (qua di fianco) a me farebbe molto piacere!